La tragica estate italiana delle chiusure e dei divieti

Club storici che chiudono, festival e date annullate all’ultimo minuto, leggi e normative stingenti, gestioni e direzioni incaute. Cosa sta succedendo al clubbing italiano?

 

Innumerevoli messaggi infatti riguardano date cancellate, feste e festival saltati, divieti dell’ultimo momento, chiusure di locali per le ragioni più disparate. L’ultima, e forse la più clamorosa, è quella che riguarda la chiusura del Guendalina, uno dei club più significativi e storici del panorama italiano. Una chiusura che arriva dopo l’episodio delle transenne, che ha fatto il giro del web diventando virale, e lo stop al festival di ferragosto previsto alla Pyrex Arena. Una chiusura che sa di resa, di “non ce la facciamo più”, di condizioni impossibili per condurre un’impresa in maniera dignitosa e serena. Non è certo il primo caso.

Non servirebbe nemmeno menzionare il Cocoricò: al netto di tutte le vicende, la sua chiusura è una perdita immensa per l’Italia del clubbing. Il Dude, uno dei locali che hanno riconfigurato la mappa dei club di Milano negli ultimi dieci anni, ha annunciato che non riaprirà. Non è una sorpresa, era nell’aria, ma anche qui siamo di fronte a una sconfitta della musica. Un altro caso di enorme rilievo e peso è quello del Setai, club di Bergamo chiuso per tre mesi perché secondo il questore ha delle responsabilità dirette nella morte di Luca Carissimi e Matteo Ferrari, i due giovani morti nei primi giorni di agosto dopo che nella notte del 3 agosto Matteo Scapin ha speronato il loro scooter con la sua auto. La ragione della chiusura è che il fatto sarebbe scaturito direttamente dalla lite avvenuta nel locale, che quindi è “colpevole” di quello che poi è degenerato in un grave fatto di sangue che ha fatto scalpore e sollevato sdegno in tutto il Paese.

Ma è proprio il Paese che non va. Una decisione come questa mette ancora una volta in luce una mentalità che non si può nemmeno ritenere retrograda, ma solo folle, repressiva, assolutamente autolesionista. Che colpa può avere un locale in un incidente stradale? Il Setai è il capro espiatorio ideale: è la discoteca, è la notte, è la cattiva abitudine dei giovani. Un discorso che in questi anni si è esteso facilmente alle chiusure che hanno portato alla rovina di club storici e stanno portando rovina sull’estate italiana, in un settore che crea lavoro, cultura, intrattenimento, economia (anche all’indotto), ma che deve perennemente fare i conti con la mentalità del diniego, del divieto, del no. Un fatto che purtroppo è lo specchio di un Paese sempre più sprofondato nell’autocommiserazione, nella paura, nella creazione di problemi che diventano scuse.

In un agosto in cui vediamo l’ennesima crisi di governo, osserviamo un’asticella sempre più bassa sullo stile e sui modi della politica e delle istituzioni, tocchiamo con mano una volontà sempre più cattiva nei confronti di tutto ciò che non è status quo e quieto vivere, non possiamo non respirare un’aria di repressione. Di ignoranza. E si ha la sensazione che l’Italia stia tirando con forza sempre maggiore il freno a mano. Finché non ci fermeremo. O non faremo un testacoda. Il discorso sembra retorico, in realtà è concreto e molto stringente, per varie ragioni, e l’abbiamo affrontato in diverse occasioni, talvolta senza lesinare critiche al sistema stesso.

Perché se è vero che il nostro Paese non è aperto, avanguardista, non riesce a proiettarsi nel futuro (con le dovute eccezioni, chiaramente), è altrettanto vero che in parecchi casi la gestione dei locali e dei festival è assolutamente amatoriale, improvvisata, approssimativa. O è affidata a chi per gola, per avidità, aggira le regole, non rispetta le norme, con conseguenze che possono essere minime (è il caso della Bussola in Versilia, che è stata chiusa dopo un controllo che ha sancito la presenza di troppe persone nel locale – il doppio della capienza consentita) o devastanti (la tragedia della Lanterna Azzurra di Corinaldo è purtroppo già entrata nella storia della cronaca nera del nostro Paese). Con il rischio di gettare cattiva luce su tutto il settore.

Tuttavia, non è una buona ragione per strangolare la discoteca, il festival, che – lo ripeteremo all’infinito – è sì svago, è sì divertimento, è sì intrattenimento. Ma è anche socializzazione, formazione, economia e cultura. E questo gigantesco fronte del divieto dovrebbe fare molta paura, perché uccide il futuro.